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L’urgenza della poesia

M’illumino di versi

Giuseppe Ungaretti si spegneva a Milano nella notte tra l’1 e il 2 giugno del 1970. Mezzo secolo dopo, il poeta del nostro Novecento assilla la memoria degli studenti con rara densità. Ungaretti si scopre generalmente alle scuole medie e torna, sempre. Come qualcosa che è saltato in aria, che s’è sbriciolato e come una cosa nuova, rimpastata da quelle briciole, ritrova inedite integrità.

Dovendo raccontare ad un adolescente di oggi l’essenza dei due conflitti mondiali del ‘900 , “Il porto sepolto” di Ungaretti” e “Diario d’Algeria” di Sereni, ad esempio,  sono testi che offrono ben più di una lettura: la poesia vince sui tempi lunghi con straordinaria suggestione. Le parole si fanno carne.  Dietro pugni di sillabe come “M’illumino/ d’immenso” o “Si sta come/ d’autunno/ sugli alberi/ le foglie” sono sublimati i sentimenti del dolore e della sopraffazione provocati dalla guerra e il conseguente senso di attaccamento alla vita che da essi scaturisce per reazione. “Non c’era tempo” dichiarò il cosmopolita Ungaretti: alla ricerca di un’identità nazionale, ne trovò sicuramente una poetica.

Ungaretti sa come cesellare un grido infinito in una metrica scarna, in versi frantumati, in cui, tra segmento e segmento circola il canto; smonta e rimonta la metrica, sfrutta l’intuizione analogica, il gesto stilistico e sintattico, predilige il balenante, il folgorante, il fonico-evocativo, ispira gli Ermetici.

Soldato volontario sul fronte carsico durante la Grande guerra, Ungaretti scrive le sue strofe asciutte su pacchetti di sigarette, cartoline, carta di imballaggio delle cartucce. Parole distillate, isolate nel silenzio, nel bianco, per dare risalto alle potenzialità aperte nel corpo del testo poetico, in una ricerca inquieta di linguaggio e di forma. Nato sul finire dell’800, ha abbracciato senza esitazione la modernità. Dai caffè parigini delle avanguardie di inizio ‘900 in compagnia di Picasso e Apollinaire agli anni della Grande guerra, vissuti nelle trincee e a quelli del dopoguerra che lo vedono spesso ospite disinvolto della televisione in bianco e nero: una presenza sul piccolo schermo che fa di lui un personaggio pubblico al punto da essere imitato da Alighiero Noschese.

Fino alla fine, conserva la speranza verso il futuro, quando deciderà di seguire e raccontare la diretta televisiva dello sbarco sulla luna nel luglio del 1969. alla tv. Per la missione dei primi astronauti sulla Luna, Giuseppe Ungaretti scrisse: ”Questa è una notte diversa da ogni altra notte del mondo. Che cosa hanno fatto veramente questi uomini? Si può dire che hanno usato violenza alla natura ribellandosi alla legge che li legava alla Terra: ma si può dire allo stesso tempo che hanno saputo trovare altre leggi nascoste in un più lontano segreto della natura, e che hanno saputo sfruttarle con la loro intelligenza per appagare il loro bisogno di conoscere. Ogni uomo ha desiderato da sempre conquistare la Luna. Basterà rileggere le pagine più antiche di ogni cultura per trovare questo richiamo perenne. Oggi è stato raggiunto l’irraggiungibile, ma la fantasia non si fermerà. La fantasia ha sempre preceduto la storia come una splendente avanguardia. Continuerà a precederla…. Gli uomini continueranno a vedere la Luna così come appare dalla Terra, anche se la sua conoscenza fisica e scientifica potrà essere approfondita o modificata. Ma per gli effetti che ha sulla Terra, la Luna rimarrà sempre per i poeti, e penso anche per l’uomo qualunque, la stessa Luna”.

La ricerca delle parole con cui esporre un esame finale che non ha precedenti storici sarà una sfida importante quanto comporre l’elaborato: una trasformazione della materia, che superi il vuoto temporale di tre mesi d’assenza e infinite distanze, che dia ritmo e sonorità alle nozioni, vita argomentativa al pensiero. Un giusto bilanciamento tra formule, date e frasi, considerando il significato, le idee, su cui poggia ogni parola ed ogni numero. Un esperimento che forse ci porterà fuori dalla logica del copia& incolla per azzardare una contaminazione visivo -verbale di senso nuovo. Quello che s’intende per comunicazione visiva può essere un qualcosa di articolato: l’invenzione di una storia partendo da un’immagine o il racconto della Storia tramite la poesia. Come nei calligrammi e nelle poesie visuali di Guillaume Apollinaire, il testo poetico si distribuisce lungo un’immagine legata al contenuto stesso; o in testi visivi futuristi le parole risuonano con onomatopeica libertà; come nel caviardage le cancellature conferiscono nuovo senso ad un qualsiasi testo scritto rivelando la poesia nascosta ovunque …

Osate ragazzi e siate creativi. C’è tutto un mondo là fuori e la conoscenza è lo strumento più potente che abbiamo. La poesia accade, viene dalla vita ed alla vita ritorna, ed oggi forse Ungaretti si esprimerebbe attraverso il Rap o il poetry slam!

Un grande in bocca al lupo a quanti affronteranno gli esami. Dal Prof. Eddie!

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